Progetto Imbarcazione multiruolo senza barriere

Adventure Diving - Scuba Diving Sub Center - Scuola Subacquea ad Alghero & Porto Conte - Sardinia - Italy

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IL MIO MEDITERRANEO

un libro di FOLCO QUILICI

1992 - Mondadori editore

Pagg. 329 - 338

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Quando navigo nel Mediterraneo, bordeggio le sue coste, mi immergo nei suoi fondali, le uniche acque che a prima vista mi appaiono diverse (in senso positivo) sono quelle delle aree protette.

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A scorgerle da lontano, già si annunciano per un'insolita presenza in cielo di uccelli, gabbiani, cormorani, talvo1ta rapaci; questo significa che in acqua c'è pesce. O meglio: c'ê pesce di grossa taglia che insegue quello piccolo, banchi di sardine terrorizzate, guizzanti a fior d'acqua, facile pasto anche per i predatori alati. Sott'acqua, là dove è permesso di immergersi, con le debite "guide", i fondali appaiono se non ricchi, almeno vivi; non un deserto di pietre, sabbia e alghe ma giardino subacqueo, altrove scomparso da più di trent'anni. Debbo precisare subito che questa visione idilliaca non appare altrettanto confortante e felice nelle aree protette del Mediterraneo italiano. Dopo tante chiacchiere e l'impegno commovente ma inutile di alcuni uomini di buona volontà, il nostro paese si trova a livelli nettamente al di sotto di quelli raggiunti da altri, inclusi alcuni fra i più poveri. Le nostre "aree", pomposamente dette "Parchi marini", esistono più sulla carta che in realtà; là dove se ne vanta l'esistenza, a visitarli si rivelano parodie di quelli veri. Innanzitutto in termini di spazio reale: basti calcolare che l'area protetta di Ustica è distesa su poche centinaia di metri, e conseguentemente credo possa gloriarsi, a tutt'oggi, della protezione di qualche granchio e (forse) di una colonia di ricci. Ancor più piccolo è il "Parco" di Trieste, sotto il Castello di Miramare; lo si potrebbe definire un'aiuola, a coronamento dei giardini che circondano la sovrastante residenza ex asburgica. Quello delle Tremiti, voluto da "Marevivo", non è stato effettivamente mai reso operativo, e ha causato una vera rivolta degli isolani. Ne è operante quello che potrebbe essere il più importante d'Italia, nelle acque del Mar di Sardegna, tutt'attorno alla meraviglia naturale di Capo Caccia. La legge istitutiva c'ê, ma non è mai stata applicata. E intanto su quste scogliere piombano da tutta Europa sciami di sub che, pescando anche con l'uso delle ovunque proibite bombole Ara, vanificano ogni lotta per la conservazione di un Mediterraneo vivo. Spagnoli e francesi mi sono parsi, invece, all'avanguardia. Visitando El Pargue Nacional Maritimo-terrestre dell'Archipielago

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di Cabrera, istituito da pochi anni, ho avuto un valido esempio di come si possa effettivamente operare, e senza indugi, per la tutela integrale di isole rimaste per vicende storiche quasi allo stato di natura. Il Parco nazionale francese di Port-Cros è l'area protetta che vanta la maggior anzianità nel Mediterraneo. Entrambi sono luoghi splendidi, sopra e sott'acqua. Nel loro regno si cammina - a fatica! - tra cespugli di Ferula communis, con inflorescenze che arrivano a tre metri di altezza, e tra fitti cespugli di lentischio, di fillirea, del cosiddetto "ginepro fenicio", di Euphorbie dendroides e di Ephedra fragilis. Tra i sempreverdi del litorale sono specie diverse di Limonium e di Crithmum maritimum. Alzi gli occhi al cielo, e non di rado scorgi il falco pellegrino, il piccolo Falco tinnunculus (c'ê chi dice di aver visto - a Cabrera - anche l'aquila pescatrice). Naturalmente i più numerosi in cielo sono gli uccelli marini, cormorani, uccelli pescatori (Calonecitris diomedea), oltre a gabbiani delle più diverse famiglie, sempre molteplici. Altrettanto può dirsi dell'ecosistema sommerso: là dov'è protetto non tarda a rispecchiare, quasi al cento per cento, quello del Mediterraneo di un tempo. A Port-Cros. dove già la fauna subacquea ha avuto il tempo di moltiplicarsi e dove hanno trovato rifugio pesci altrove ormai rari da vedersi, per classificare tanto rigoglio di vita ci vorranno anni di lavoro. Continuo a citare soli i Parchi che conosco. in Spagna un'altra area protetta - quella del piccolo arcipelago di Tabarca, di fronte ad Alicante - offre il raro esempio di convivenza pacifica tra protezionisti e pescatori. E Un santuario marino di mille ettari su cui si concentrano ambizioni e speranze di uno studioso - altro vero amante del Mediterraneo -, il professor Alfonso Ramos; non solo è riuscito a creare come e dove voleva il suo Parco; ma nel mettere alla prova la sua certezza, porta dalla sua parte l'antico nucleo degli isolani, pescatori di grande tradizione. Ne1la comunità (cinquecento abitanti in tutto) sono numerosi i cognomi italiani: Russo, Parodi, Manzanaro, Pianello: a quanto si dice, si tratta di discendenti di prigionieri degli arabi che Carlo III aveva liberato e condotto sull'isola.

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Come Ramos ha proposto, offrendo al loro mestiere sempre più precario di pescatori. Essi hanno accettato di vivere in armonia con il Parco; ne sono i custodi e le guide: la pesca, cancellata, non è rimpianta. Sanno pilotare, sopra e sott'acqua, i visitatori (pochi sono gli ammessi) e hanno un contributo mensile più che sufficiente.

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C'è anche un Mediterraneo che rinasce al di là dei confini ufficiali dei Parchi e delle aree protette. Quello di cui si prende cura - senza averne l'incarico, senza riceverne prebende - un numero crescente di giovani (e non solo giovani) volontari. Sono i primi timidi, ma quanto importanti, segnali di una inattesa reazione al pericolo che incombe sul nostro mare, sul nostro futuro. E un volontariato certamente nato come diretta conseguenza delle campagne sull'ambiente recepite dalle nuove generazioni (e questo rallegra chi, come me, di questa campagna inizialmente tanto osteggiata e sbeffeggiata, non ha cessato di proporne sempre nuove; senza lasciarsi intimidire). Soprattutto nei paesi dove è scarsa la vigilanza delle autorità ufficiali ho visto quant'è importante una "guardia spontanea" attenta e severa; in Grecia (paese peraltro così poco sensibile al problema ecologico mediterraneo, se si considera con quanta incoscienza e quanta impunità le sue petroliere non perdano occasione d'inquinare lavando le loro luride cisterne a mare) mi ha stupito la quantità di giovani che operano - senza compenso - come efficienti "sentinelle ambientali"; in tutte in isole, e lungo ogni Costa. L'Italia è un altro paese mediterraneo dove i controlli a mare sono scarsi, e quando vengono eseguiti sono solo una penitenza burocratica, un esame pignolo di documenti e non uno sguardo a quanto accade realmente in mare, sopra e sotto le onde così la nascita di associazioni volontaristiche efficienti come "Marevivo", e anche l'azione solitaria di chi si prende a cuore questo a quel tratto di mare, sta dando risultati sorprendenti; ed è questo un punto del quale ci possiamo vantare.

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Non sono solo la flora e la fauna marina comune a risentirne beneficamente. Ma il più prezioso "gioiello" del nostro mare: il corallo. Non per merito di alcuna forza di vigilanza pubblica né per organizzazioni centrali o regionali, in vane nostre zone costiere sta infatti accadendo un miracolo. Non ne scriverei se con i miei occhi non l'avessi visto ripetersi più volte e in luoghi diversi. Con emozione, chiunque può constatare, come a me è accaduto, che dove qualcuno volontariamente protegge un tratto particolare di territorio mediterraneo, là ricompare, cresce ed è addirittura rigoglioso il Corallium rubrum, creatura simbolo del Mediterraneo. Il gioiello vivente che solo nelle nostre acque, fra tutti i mari del mondo, ha trovato l'habitat adatto per moltiplicarsi nella sua famiglia più nobile, più rara. Quella color sangue. Il rubrum, appunto.

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Dedicherò le pagine che seguono al corallo. E non potrei non farlo, per l'importanza che ebbe, ha e avrà nella storia del Mediterraneo. E per quanto la sua vicenda s'intreccia, negli ultimi decenni, con il mio Mediterraneo. Nel quale, anche mentre accumulo le pagine che state leggendo, ho continuato a immergermi per poter narrare, appunto, del corallo; del miracolo che gli consente di rinascere. Sono immerso sulla parete esterna di Capo Caccia in Sardegna. E una caduta a picco di circa trenta metri, oltre la quale il blu dell'alto mare precipita ancor più verso il fondo, in balze sconvolte, irregolari. Marco, il sub the mi guida e mi precede tra quei canyon di pietra verdastra, mi rivolge un primo segnale: tra gli scogli mi indica con insistenza qualcosa; mi avvicino e distinguo una diversità, una anomalia nella pietra che di primo acchito non comprendo cosa sia. Osservo con maggior attenzione e finalmente so distinguere: roccia tra le rocce, affiorano nella scogliera resti di un bloc-

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co di ramificazioni coralline. Crebbe qui milioni di anni fa, fu sepolto da chissà quali sommovimenti che sconvolsero questo fondale, riappare, ora, nelle fessure di questa scogliera, le cui gigantesche pietre furono forse smosse da un crollo dovuto a una frana, riportando alla luce quanto avevano sepolto. Non ho il tempo di pormi domande, tantomeno di cercare ipotesi; i minuti di immersione ad alta profondità sono preziosi. Riprendo la discesa sino a quello che i corallari chiamano "una pettata", vale a dire una parete di roccia aggettante, come una terrazza; la sua faccia in ombra, quasi fosse una grotta, è un habitat ideale per il Corallium rubrum. Lo fu certamente, un tempo. Ma ora? Per verificare occorre infilarsi con manovre da contorsionisti, penetrare nel buio della fessura. Marco ci riesce, scompare, ma comprendo dov'è non appena accende la sua lampada. Il fascio luminoso mi indica un punto preciso, e anch'io, per vedere di cosa si tratta, mi infilo tra i lastroni. Nel buio gli occhi si adattano presto; scorgo, appeso alla roccia, a punta in giù, una sorta di piccolo albero di Natale. E l'ancor minuscola ramificazione del rubrum rinato. Ben vivo, come dimostra l'aureola bianca dei suoi polpi estroflessi tutt'attorno ai vari rami; è il raggio di luce della lampada di Marco a metterli in risalto: si muovono, respirano, dunque crescono. La colonia si sta ingrandendo. Lunghi minuti per osservare, decidere come orientare il mio flash, cercare la migliore inquadratura per cogliere l'immagine giusta del Soggetto. La luce si sposta, cade di taglio sul corallo, ne mette in risalto il color rosso sangue che da millenni ha ipnotizzato per bellezza, compattezza, mistero. "Sono gocce di sangue della mostruosa Gorgona" narra il mito greco per spiegare la presenza in mare di questa materia, oltre che bella, anche magica per gli antichi. Come poteva non esserlo? Nei lunghi minuti - come sempre paiono interminabili - della risalita verso la superficie e nella sosta a mezz'acqua per la decompressione, vedo come riflesso in mare l'ombra dello splendido bronzeo corpo del Perseo di Benvenuto Cellini.

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Lo filmai un giorno in Piazza della Signoria, a Firenze. Capolavoro di arte scultorea e di tecnica di fusione, mostra il mitico eroe mentre impugna la testa mozzata del mostro dai Capelli serpentini che aveva vinto: la Gorgona Medusa. Perseo - racconta il mito -, dopo averla decapitata, fuggì, portando con sé quella testa. Dal macabro trofeo stretto per i capelli nella mano destra di Perseo mentre correva lungo la riva del mare, nacque ii corallo. Dal collo reciso dalla spada di Perseo grondavano, infatti, gocce di sangue, cadevano nell'acqua, si confondevano nella schiuma delle onde quando queste s'infrangevano sulla battigia. E li avvenne i prodigio. Come lo sguardo della Medusa era stato in grado di pietrificare gli uomini che la fissavano, così il suo sangue pietrificò e colorò di rosso alcune alghe marine cresciute tra le onde, lungo la riva. Magica, sinistra metamorfosi dalla quale - secondo gli antichi - il corallo era nato.

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L'archeologia ci offre, del Corallium rubrum, testimonianze altrettanto emozionanti quanto i racconti fantastici della mitologia. Schegge, frammenti di rubrum appaiono in scavi di tombe che risalgono a oltre diecimila anni fa (ne sono stati trovati in sepolcri preistorici venuti alla luce presso Losanna). In forma di collane - veri gioielli - appaiono nella raffigurazione di una dea sumerica scolpita ventiquattro secoli prima di Cristo. Zaratustra tre secoli prima aveva elencato le sue virtù magiche, a riprova che il corallo, sin da quando apparve tra gli uomini (per il suo "color-del-sangue, ovvero color-della-vita"?) non fu solo ornamento, moneta, materia preziosa di scambio; ma portafortuna, medicamento, afrodisiaco. In epoca storica più recente sappiamo che lo pescavano e commerciavano i micenei, i fenici. Venne scambiato, nel Mediterraneo del Nord, con l'ambra, la pietra che imprigionava il sole; nel Sud, fu moneta di scambio dei mediterranei con l'Africa Nera, con l'India. Persino con la Cina.

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Il corallo rosso ha tante qualità ma un grande "difetto", a causa del quale la sua raccolta senza regole negli ultimi decenni lo ha posto nella categoria delle forme di vita mediterranea "in via d'estinzione". Anzi: definitivamente estinta, secondo alcuni pessimisti; e non a torto: sembrava infatti sino a ieri che non avrebbe mai potuto riprodursi con rapidità tale da compensare quella con cui era stato strappato al mare. Occorrono infatti decine di anni perché una sua colonia (un rametto!) si sviluppi di qualche centimetro.

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A Capo Caccia torno sott'acqua per vedere il corallo che rinasce, seguendo la mia guida in un itinerario non all'esterno ma all'interno di quel mondo di rocce. Insieme entriamo in quel fantastico budello scavato dal mare, gallerie che per centinaia di metri si incuneano sotto la montagna dolomitica, ciclopica torre di fronte al Mediterraneo occidentale. Si chiama Grotta di Nereo, questo labirinto a più diramazioni che si apre in caverne vaste come una cattedrale e si restringe come labirinto tortuoso. Qui entrarono per primi, nel 1959, due tra i più famosi sub italiani, Falco e Novelli, campioni del mondo d'immersione dal 1956 sino al giorno in cui sarebbero entrambi morti presi dall'ipnosi dell'oro rosso. Quella ipnosi li aveva portati a sfidare profondità impossibili, dove in poco tempo avevano raccolto una tale quantità di corallo da farli ricchi come mai avrebbero immaginato. Quel giorno del 1959 iniziò la loro stagione fortunata. Scoprendo il corallo nelle grotte di Capo Caccia, avevano messo le mani sull'Eldorado sottomarino del Mediterraneo. "A trenta metri" raccontò allora Novelli "vedo l'imboccatura della grotta: non è molto ampia, uno alla volta possiamo entrarvi. Per i primi metri l'acqua è quasi fosforescente, uno spettacolo emozionante. A un tratto le pareti si allargano. Abbiamo la sensazione di essere passati all'improvviso da un vicolo chiuso, angusto, a una grande piazza. Il buio è quasi completo. Accendiamo le pile: il fascio di luce si proietta in avanti per tre o quattro metri. Lo spettacolo che si pre-

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senta ai nostri occhi è irreale: sembra essere in un tempio barocco di una ricchezza favolosa, creato dalle mani di Dio. La luce delle nostre pile lambisce le pareti della caverna. In essa, tutt'intorno s'aprivano nicchie di diversa forma e grandezza, imboccature di altre grotte che andavano addentrandosi nel cuore della montagna. In queste nicchie, simili a stalattiti, scendevano rami di corallo che soltanto nel tratto illuminato dalle nostre pile apparivano nel loro colore rosso. La picchetta e il retino pronti, incominciamo il nostro lavoro; i rami di corallo, spezzati, cadono nei retini. E intanto avanziamo. Presi dall'emozione della ricerca, ci inoltriamo in altre grotte. Una si interseca con un'altra, sempre più dentro, sempre più ricca di corallo. Il retino si sta rapidamente colmando. Uno sguardo all'orologio: sono passati venti minuti; si può ancora continuare. Un branco di ombrine mi guizza veloce accanto, ma non le guardo nemmeno. Solo il corallo mi interessa; è molto bello, di ottima qualità. Quando il retino è colmo, penso di ritornare. Sono passati trenta minuti, Per ritrovare la via del ritorno debbo seguire le pareti, orientandomi sulla traccia del corallo già spezzato. Proseguo cauto, Cercando di non perdere quella traccia, la sola che può portarmi all'uscita. Ho già percorso un centinaio di metri, sono già uscito da una grotta e mi sono inoltrato in un'altra. Dovrebbe essere quella che porta alla caverna centrale. E proprio in quel punto che la luce della pila comincia a farsi più debole, sempre più debole. Si spegne. Ho un attimo di smarrimento. Spero di riuscire a riaccendere la pila ma ogni tentativo è vano. Non debbo perdere tempo, so che all'incirca mi restano una decina di minuti di autonomia. Faccio ricorso a tutto il mio autocontrollo: debbo assolutamente riuscire a tenere i nervi a posto. Avanti, a tentoni... Non so cosa sia stato in quel momento a guidarmi. Forse l'istinto. Centoventi, centotrenta metri così, al buio completo. I minuti passano, lentissimi, ma passano... Finalmente compare un rettangolino di luce. Man mano l'acqua si fa più luminosa. Posso leggere l'ora; dal momento che si ê spenta la pila sono passati cinque

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minuti, e c'è ancora aria nel respiratore. Quel tanto che basta per poter uscire, per poter riaffiorare accanto alla barca che m'aspetta. A quarantatré anni di distanza ripercorro la stessa via. Dell'Eldorado di corallo non resta traccia. Tutto il rubrum qui cresciuto nel tempo immobile ma eterno del silenzio e del buio ê scomparso. La fantasmagorica decorazione con la quale il Mediterraneo aveva addobbato i suoi antri è stata staccata, strappata, picconata, addirittura grattata. Sulle rocce non v'ê traccia visibile nemmeno dei punti dove i rami di corallo s'erano presi alla pietra. Ci si potrebbe credere in una galleria autostradale, con le luci di un'auto che ci precede e illumina il nudo, squallido budello di Cemento. Quella luce, qui, è il faro di Marco. Mi guida, mi porta verso la grotta delle grotte, segreto suo e di pochi altri "volontari". Il tortuoso percorso finisce quando il raggio della sua lampada si ferma fissando un punto al soffitto che ci sovrasta. Là si accende un rosso infuocato disegnato da mille punti bianchi; si muovono ondeggiando su quel manto irregolare, groviglio di piccoli tronchi e rametti tortuosi. Qui è rinato e cresce il rubrum scomparso ovunque nelle grotte. Da qui potrà forse riprendere ed espandersi il ciclo vitale bruscamente spezzato. All'uomo subacqueo cieco saccheggiatore e distruttore subentrano i giovani che difendono, curano, proteggono. Sono pochi, isolati. Spesso osteggiati da chi ai miracoli non crede. Li nega. Qui come altrove riusciranno a vincere una così difficile scommessa? La posta in gioco non riguarda solo loro. Ma tutti noi.

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© Su gentile concessione dell'autore

 

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