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Capitolo tratto dal libro Viaggio nel Mondo Sommerso del 1931 di Ulderico Tegani

Avventure di palombari

Superbe opere e arditi campioni d'Italia

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4.

IL VECCHIO RONCALLO

LA VIA Ponte Reale, che congiunge la piazza Caricamento con la piazzetta ove, sino a pochi anni addietro, echeggiava di "grida" la Borsa nella sua casa di vetro, è una strada caratteristica della vecchia Genova, quasi sull'orlo della marina ch'è la ragion di vita della città, e quasi di fronte a quel Palazzo San Giorgio che da tanti secoli la sintetizza e la rappresenta, simbolo di fede e retaggio di gloria. Ma più della strada, nel suo aspetto esteriore, son caratteristiche, nel loro interno, le case che la fiancheggiano: case centenarie, ancor robuste nella rudezza disadorna delle grige mura; complicate di scale e di ripiani, di cortiletti pensili, di anditi, di corridoi, di nicchie, di angoli e di rientranze, di pareti imbiancate a calce e costellate di porte, chiacchierine d'insegne e di cartelli, di numeri e di etichette. Case d'uffici: case di "scagni" . E questi son poi la cosa più caratteristica di tutto. Se entrate nella casa segnata col numero 3, e, su da tre rampe disuguali di scalini, bussate alla porta distinta col numero 5, quando, di dentro, una voce roca vi autorizza a spingere il battente, ricordatevi bene di abbassar la testa al primo passo: non tanto per atto d'ossequio all'ospite ed al suo ambiente, quanto per non batter del capo contro il soffitto E' così basso che vi conviene, non

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dico inoltrarvi carponi, ma almeno insaccar le spalle o piegarvi in due, accentuando questa opportunissima misura di prudenza allorché giungete a mezzo del locale, perché ivi una grossa trave che corre da un lato all'altro, si ruba un'altra e non lieve porzione dell'esiguo spazio verticale, e di tre cose l'una: o essa vi sbarra il cammino col semplice fatto della sua minacciosa presenza; o avviene un contatto, che può tramutarsi in una conflagrazione, fra il suo spigolo acuto e contundente e la vostra cervice; oppure voi, con improvviso movimento strategico, vi piegate sulle ginocchia per rendere ancor più breve la distanza che separa dal suolo la vostra fronte, già cotanto umiliata. Forse, fra le tre, è quest'ultima la soluzione da preferire, ed è in ogni modo quella che di tutto cuore vi consigliamo. Tali avvertimenti preventivi acquistano maggiore importanza se si aggiunge che l'ambiente non è eccessivamente luminoso. Diremo anzi che vi stagna una penombra piuttosto cupa, la quale vi lascia appena discernere, se spalancate gli occhi sino al massimo della loro apertura, qualche mobile non facilmente identificabile, ma che probabilmente appartiene alla categoria dei tavoli e delle sedie, nonché qualche carta, qualche ritratto, qualche fotografia che s'inquadra con vago risalto nel bigio delle pareti di questo piatto stanzone che somiglia un po' la stiva d'un bastimento, se pur non vi fa pensare a una misteriosa grotta, alla segreta caverna d'un eremita o alla ben custodita fucina d'un mago. Ma non vi turbi timore veruno e nulla vi allarmi, neanche la strana sagoma, su cui baluginano riflessi metallici, che intravvedete in un cantuccio, come un fantasma in agguato. Non è che uno scafandro, perché questo, a due passi dal porto ch'è il suo natural campo d'azione, altro non è che lo "scagno" d'un palombaro:

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d'uno dei più vecchi e dei più reputati palombari d'Italia. Egli è lì, dietro la trincea di due scrivanie che si baciano. La sua faccia glabra si leva su un corpo lungo e magro: tronco annoso e tuttavia vigoroso, che si muove qua dentro come nel suo consueto ambiente subacqueo, nell'aria rinchiusa, nella luce scialba, sotto quella trave da compartimento di nave. E quello è il suo scafandro, con l'elmo di rame che fu il primo del suo tipo ad apparire in Genova, così massiccio e pesante, e che già appartenne a suo padre. Di padre in figlio: siamo nella tradizione. Domenico Roncallo, o più semplicemente "Ménego o' palombaro", ha ereditato col sangue il mestiere e la passione del mestiere, che in lui non s'è mai Spenta. Cominciò a scender sott'acqua nel 1877, quando aveva diciassett'anni, e oggi che ne ha settanta suonati conserva il suo entusiasmo, non pensa che al mare, non parla che di quello, col suo schietto accento di autentico genovese; e quando s'avvia sul discorso prediletto, è una cateratta che nessuna diga può più arrestare. Ma guai a voler che parli di se, del suo passato, delle sue tante imprese, dei ricuperi da lui compiuti. Allora scantona, nicchia, tergiversa, si mette a "mugugnare" sui sistemi vecchi e sui sistemi nuovi, sui palombari d'una volta e sui palombari d'oggi, sulle esagerazioni, sulle frottole dei giornali, sulle fanfaronate, sulle gonfiature, sulle panzane che si raccontano, si scrivono, s'illustrano nelle pagine a colori, dove, secondo lui, non c'è niente di vero e neppur di verosimile. Però, come non c'è palombaro che non abbia delle avventure nella propria carriera, anche il Roncallo ha le sue, e, ad avere un po' di pazienza e a titillarlo un poco, si finisce col cavargliene qualcuna.

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Non aveva che vent'anni un giorno che si trovò a lavorare nelle acque di Sardegna, precisamente ad Alghero, sotto un bastimento che giaceva a dieci metri di profondità, sopra un letto di grosse ostriche e di conchiglie. A un tratto ecco comparire, visione nuova per i suoi giovani occhi, un grande polipo. Spavento? Nemmen per ombra. Soltanto curiosità. Una curiosità tale, che egli mosse incontro alla bestia per vederla meglio da vicino. Si aspettava proprio che fuggisse, e invece quella gli si scagliò contro. Una breve lotta, che sollevò la melma dal fondo, intorbidando l'acqua. Egli era inerme e si difese con le mani e coi piedi, come gli venne fatto. E canto vittoria. Si, perché, schiaritasi l'acqua e guardatosi attorno, non vide più il polipo, come non lo senti più. Dunque era libero. Ma non s'era accorto d'una piccola cosa: che non lo vedeva perché lo aveva addosso, avvinghiato sub scafandro. Certo non fu una sorpresa troppo gradevole, ma il Roncallo non esitò un momento sul partito da prendere. Una nuova lotta per svincolarsi dall'odioso abbraccio? Mai più. Egli sapeva bene che non ci sarebbe riuscito in alcun modo. Diede invece il segnale per farsi tirare a galla e strinse il polipo a sé con tutta la sua forza, si per portarlo seco come una bella preda, sia per impedirgli di giocare qualche brutto tiro. Oh, non aveva certo nessuna intenzione di abbandonarlo, il mostruoso animale: gli si era avviticchiato cosi strettamente che pei staccarlo dovettero tagliarlo a pezzi! Orbene, il Roncallo, ch'è modesto, non vanta meriti di sorta per la felice conclusione della sua avventura Riconosce unicamente d'aver avuto molta fortuna, in

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questo senso: che tanto lui come il polipo erano e restarono "liberi". Guai se l'incidente gli capitava mentre era nella stiva, guai se non si faceva tirar sù subito, e guai, soprattutto, se il polipo, con qualcuno dei suoi tentacoli, s'attaccava a qualche cosa: non lo mollava più, e lo sciagurato Roncallo non avrebbe mai raccontato la sua storia perché sarebbe sicuramente morto sott'acqua, nel viscido ma implacabile amplesso della piovra. Si salvò, visse, continuò a calarsi in acqua, e d'avventure n'ebbe delle altre da contare. Dell'importanza di quella tal libertà, che per il palombaro consiste nel poter tornare alla superficie senza impedimenti, il Roncallo si confermò un giorno che si trovava a dieci metri di profondità nel lago di Como e s'accorse che una vite d'una valvola dello scafandro si era staccata. Momento critico, pericolo gravissimo. Due strappate alla guida e lo tirarono su alla svelta. Buon per lui ch'era libero, se no questo pesce di mare lasciava le pinne nell'acqua dolce: il che, oltre che lagrimevole, sarebbe parso vergognoso. A proposito della guida (ch'è, insieme, il compagno coadiuvante il palombaro dalla barca e la corda a cui si lega per la cintura lo stesso palombaro e serve a calarlo in acqua e a tirarlo fuori), il Roncallo si ricorda quel che gli accadde a Riva Trigoso, il noto cantiere ligure, in occasione del varo della nave Sicilia. Scesa questa in mare, si trattava di togliere l'invasatura, ma l'operazione non riuscì e il Roncallo fu mandato a vedere come stavano le cose sotto la chiglia. Egli si calò in acqua, e nel fare la sua diligente perlustrazione sottomarina s'impigliò tra i cavi, i tiranti e le catene. E quello sì, fu un momento di terrore. Non era più "libero". Era in gabbia. Brutta situazione Sempre, e sopra tutto quando si è in fondo al mare...

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