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Tratto da Mondo Sommerso n° 10 ottobre 1968

Nel regno delle grotte inviolate

LE NEREIDI DI PIETRA

Di Piero Solaini e Raniero Maltini

Grotte sottomarine di straordinaria bellezza scoperte in Sardegna da un gruppo di subacquei romani. Una rete di vie sotto le montagne conduce ad altre meraviglie inviolate. Suggestioni di colori tra pareti di corallo e stalattiti. Anni di esplorazioni per venire a capo dei giganteschi dedali protetti dal mare di Capo Caccia e Punta Giglio.

La zona delle grotte "nuove" battezzate con i nomi delle Nereidi. (Disegno di Fernando Russo)

Per farsi bella s'era veramente preparata per tempo. Si racconta che le dame del '700 - quelle portentose maratonete della cosmesi femminile - si sedessero allo specchio, per il primo tocco di belletto, con una diecina d'ore d'anticipo sulla festa. Orbene, qui non c'è paragone. Le ore in questo caso fanno ridere. Qui si tratta di anni. E tanti. Centinaia. Centinaia di centinaia. Eppure - e questo è stato l'aspetto che ci ha stupito di più - la Bella s'e concessa subito senza far difficoltà, senza reticenze e senza nemmeno (e qui confessiamo un po' di delusione) costringerci ad uccidere nessun drago, come sarebbe stato lecito aspettarsi, stando alle regole delle leggende più accreditate.

Ma, quando l'abbiamo vista per la prima volta, forse la prova d'obbligo l'avevamo già inconsapevolmente superata. Prova niente affatto difficile ma, diciamo, specializzata. Abbiamo dovuto, in sostanza, effettuare queste operazioni: immergerci nel mare, penetrare in una caverna sottomarina, nuotare nel suo interno, risalire verso l'alto fino a raggiungere di nuovo il livello dell'acqua (sempre nell'interno della grotta, beninteso), toglierci le attrezzature subacquee e procedere a piedi verso il castello delle fate.

La Bella è una grotta con stalattiti di rara delicatezza, che abbiamo scoperto nel corso di una esplorazione subacquea in Sardegna. La presunzione nel considerarla nuova poggia sopra due osservazioni. Primo: come detto, per accedervi bisogna nuotare a lungo sotto acqua. Quindi se un'esplorazione precedente e avvenuta, questa deve risalire a non più di una quindicina d'anni fa, che è tale è appunto l'epoca della diffusione dell'autorespiratore. Ora noi riteniamo estremamente improbabile che questo eventuale esploratore abbia resistito alla tentazione di pubblicare una scoperta di questo genere, o perlomeno di parlarne a qualcuno. Seconda osservazione: per esplorarla tutta abbiamo dovuto rompere alcune stalattiti (dolorosa verità) tanto queste erano fitte.

Qualcuno inorridirà, siamo sicuri, ma era impossibile fare altrimenti Sarebbe come pretendere di attraversare la strada, quando piove, senza bagnarsi cercando di svicolare fra una goccia e l'altra. Quindi conclusione: vergine e bellissima, un piccolo, meraviglioso pezzetto d'Italia: quattro mesi fa nessuno sapeva che c'era. Bazzicavamo dalle parti di Capo Caccia con in mente un altro progetto, che la scoperta della grotta con le stalattiti non ha affatto disturbato, e che vale la pena di illustrare.

Volevamo rilevare topograficamente le grotte subacquee che nella zona di Porto Conte sono così numerose, così belle ma anche così anonime. Anzi era proprio questo l'obiettivo che ci stava più a cuore. Dare, cioè, a queste grotte il loro bravo nome e chiamare tutto il complesso speleologico della zona le più belle grotte del Mediterraneo ,< comprendendo logicamente in questa denominazione anche le già famose Grotte di Nettuno >.

Non abbiamo difficoltà ad ammettere che tutto ciò è apertamente polemico, anzi diremo provocatorio. Ogni nazione che si affaccia sul Mediterraneo - Grecia, Spagna, Francia, Turchia ecc. - ha indubbiamente il suo bravo patrimonio di grotte sottomarine. Alcune le conosciamo personalmente, di altre abbiamo avuto notizia attraverso Mondo Sommerso. Orbene nessuna di queste c'è sembrata degna di competere con quelle di Capo Caccia. Come maestosità, intendiamo dire, imponenza, drammaticità. Ma se qualcuno conosce di meglio si faccia pure avanti. Siamo disposti a qualsiasi sportivo confronto. Il progetto lo andavamo rimuginando da tempo.

Praticamente da quando le esplorammo la prima volta una diecina d'anni fa, quando l'andar sott'acqua aveva come scopo la ricerca del corallo. Fu una bella avventura quella della speleologia sottomarina, cosa nuova nella storia dell'uomo e così formativa per una completa specializzazione subacquea, anche se uno dei motivi stimolanti era la raccolta e la vendita del corallo, cosa tutt'altro che giovevole all'estetica delle grotte. Ma siccome nessuno di noi pretende arcangelo, consideriamo tuttora l'esplorazione delle grotte sottomarine, anche se a scopo di lucro, una delle tre o quattro cose degne d'esser ricordate verso la fine, quando saremo vecchi da buttar via.

Ci siamo, dunque, decisi quest'anno cercando di forzare i tempi (e il tempo, che quando siamo partiti, a Roma pioveva gagliardo) allarmati da vaghe, ma insistenti, notizie di attività speleologi che in atto. Sapevano di bruciaticcio specialmente quelle provenienti da un gruppo di ricercatori tedeschi (o austriaci), di notevole efficienza, che opera soprattutto in Adriatico, ma che non disdegna di effettuare proficue puntate anche dalle nostre parti. Farci soffiare la cosa da altri, anche se italiani, sarebbe stato doloroso, ma il pensiero di trovar pubblicato da qualche parte, che le nostre belle grotte avevano preso il nome Grotte Ludwig van Beethoven (tanto per dire) lo trovavamo decisamente inaccettabile. E' stato così che l'operazione "Le più belle grotte del Mediterraneo" ha fatto le prime mosse.

E' naturale all'uomo risultare più efficiente quando fa una cosa contro qualcuno che con qualcuno. Così è successo anche a noi. Dal 13 a! 16 giugno 1968 nelle grotte in questione c'era 'un viavai di gente sicuramente mai vista, qui, dai giorni della creazione. C'erano sommozzatori del CRAS, che è un centro di ricerche subacquee di Roma e c'erano sommozzatori del G.S.O.M.I. che in fatto di cartografia non dovrebbero cederla a nessuno (a tempo perso costruiscono le macchine per l'aerofotogrammetria). I lavori da eseguire erano di tre tipi: rilevamento topografico eseguito con decametri e bussole e prelievo di campioni biologici e geologici; terzo: documentazione fotocinematografica. E' andato tutto bene, salvo le inevitabili distrazioni dovute a certi pesci, alcuni anche grossi, spudoratamente tranquilli, come sempre succede quando i sub sono disarmati. Ma non ci lamentiamo.

Per il poco tempo a disposizione possiamo ritenerci soddisfatti. (Parentesi. Quando avremo finito, fra qualche anno, è probabile che saremo contenti di aver effettuato l'operazione. Ma la soddisfazione maggiore non sarà l'aver dato il nome alle grotte oaltro, ma l'aver partecipato fra i primissimi al mondo allo studio "in loco della biologia marina delle grotte sommerse. E' di li, ci siamo accorti, che verranno le più gradite sorprese: dallo studio delle specie pioniere e dal ritrovamento di specie rare, se non - e perché no? - addirittura sconosciute. Ma non invadiamo le zone sacre, in coda all'articolo v'è la relazione biologica del Dott. Fresi che illustrerà la cosa adeguatamente).

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E veniamo ora alla faccenda dei nomi. Confessiamo che siamo veramente in imbarazzo. Che liturgia si segue in questi casi? Mica c'è un ufficio dove uno che si presenti ad un occhialuto mezze-maniche gli possa fare: "Senta, scusi, se nessuno ci ha pensato prima, vorrei dare alle grotte sottomarine di Capo Caccia un nome così e così...". Poi anche se ci fosse, pensare di iniziare pratiche burocratiche, a Roma, d'estate, è follia pura. E allora, per il. momento, dopo aver eletto Mondo Sommerso a Padrino si proceda, diciamo così, al battesimo.

Per la grotta subacquea più importante, quella sotto Capo Caccia abbiamo scelto il nome di Nereo, Dio di tutte le acque. Dato che c'è una grotta già dedicata al Dio Nettuno c'è sembrato logico proseguire con deità marine. Inoltre il nome di questa deità, oltre che suonar bene, ci viene comodo perché Nereo è padre di ben cinquanta graziosissime ninfe, ognuna delle quali preposta dal padre a proteggere tutti i giochi e tutti i suoni di cui l'acqua è capace: le Nereidi. Veniamo in questo modo in possesso di un serbatoio di nomi che sarà difficile esaurire per quanto vasto possa essere il fenomeno carsico della zona. E a due Nereidi affidiamo subito un lavoretto supplementare. Amfitrite, la bellissima, una delle predilette di Nereo proteggerà la grotta di Punta Giglio, mentre Galatea, non meno bella, dovrà occuparsi della grotta sita a Punta S. Antonio.

Ricapitoliamo per chiarezza: "Le grotte sottomarine poste sotto Punta dell'Asino, a Capo Caccia e che si allacciano con un lungo tunnel con le grotte sottomarine della punta immediatamente più a Nord e che sulla carta nautica al 25.000 risultano anonime prendono il nome di Grotte di Nereo". "Le grotte sottomarine poste a Punta Giglio a 8°13'20" E di longitudine Nord, prendono il nome di Grotte di Amfitrite". "Le grotte sottomarine poste sotto Punta S. Antonio prendono il nome di Grotte di Galatea ". Le grotte con le stalattiti, di cui non diamo l'ubicazione per i motivi spiegati pià avanti, prendono il nome di Grotte del CRAS dal nome del Circolo Romano Attività Subacquee che ha organizzato la spedizione. Per il momento ci fermiamo qui.

E' vero che siamo a conoscenza di altre grotte molto belle. Una, per esempio, è sulla costa a venti metri di fondale, proprio davanti all'isola della Foradada ed un'altra suIl'isola della Foradada stessa, ma per ii primo turno di lavori basta così. Inoltre riteniamo giusto che, essendo le grotte patrimonio comune, anche altri possano beneficiare di questa affascinante avventura.

Un'unica preghiera: dopo aver fatto i rilievi e le altre osservazioni scientifiche, usare per la denominazione ii nome di una Nereide, affinché la toponomia finale risulti Un tutto organico. E' evidente che c'è ancora da fare un lavoro colossale Ci sono dei tunnel da incubo che si inoltrano nel ventre della montagna per più di duecento metri alla profondità media di venti metri sotto il livello del mare. Sono stati avvistati camini verticali che salgono a ritrovar l'aria, e ognuno di essi può essere l'ingresso di un'altra grotta delle meraviglie.

E' evidente che ci ritorneremo e, come abbiamo già detto, invitiamo altri ad andarci. Il lavoro è impostato e chiunque abbia voglia di collaborare avrà da noi tutte le notizie e tutti gli indirizzi possibili. Tutti meno uno: quello della Grotta del CRAS, che, per il momento, teniamo per noi. L'idea che qualcuno possa far scempio di quelle meraviglie ci fa gelare il sangue.

C'è una stalattite, nella parte più bella della grotta, la cui punta dista dalla punta della sua stalagmite, non più 13 di un centimetro. Ha una forma strana. E' a sezione ovale e scende dall'alto avvolgendosi su se stessa, come le colonne del Fonte Battesimale in San Pietro. Il milione d'anni che gli sono stati necessari per arrivare a questo punto sono stati spesi veramente bene. Alabastrina com'è, quasi trasparente, è decisamente la più bella di tutte. Merita proprio d'esser protetta affinché possa completare l'opera sua. Glielo abbiamo promesso. In fondo gli manca poco: l'ultimo centimetro. Grosso modo un migliaio d'anni soltanto.

RANIERO MALTINI e PIERO SOLAINI

 

SUI "CAVERNICOLI" IL PARERE DEL BIOLOGO

Le grotte sottomarine sono ambienti specialissimi dal punto di vista biologico. In primo luogo per la scarsità o la mancanza della luce, fattore che determina l'instaurarsi di popolamenti vegetali e soprattutto animali particolarmente adatti o viventi normalmente a profondità in cui La luce assume valori corrispondenti a quelli che Si misurano nelle grotte. Un altro fattore importante è il ricambio dell'acqua. Questo infatti è essenziale al trasporto in sospensione delle sostanze nutritive e del plancton ed è tanto più scarso quanto più ci si allontana dall'ingresso della grotta.

Ciò determina una scomparsa della macro fauna per cui i primi autori che si sono occupati degli ambienti subacquei di grotta, indicavano come quella porzione della caverna in cui, apparentemente, non si trovava più alcun animale. In realtà questa era un'impressione errata perché ricerche recenti hanno chiararnente dirnostrato che, nell'ultirno quarto vuoto, esiste una ricca faunza interstiziale (vivente cioè nella sabbia o nel tango di fondo, negli spazi tra un granello e l'altro).

Non è chiaro come questi animali ricevano il nutrimento a livello dell'ultimo quarto della grotta, l'acqua del mare è apparentemente assai povera di sostanze organiche e il ricambio è praticamente nullo. E' quindi probabile che non dal mare, ma dalla terra, attraverso le falde freatiche continentali di acqua dolce, provenga a questi animali il cibo necessario.

Il fatto di vivere in questo ambiente di frontiera, tra il dominio marino e quello delle acque dolci interne, rende particolarmente interessante questa fauna interstiziale. Vi sono indicazioni, infatti, secondo cui alcuni gruppi di animali hanno conquistato, proprio attraverso questa via, l'ambiente dulcacquicolo e successivamente quello terrestre.

Avendo in mente tutto ciò e ricordando i risultati ottenuti nelle ricerche alla Grotta d'Amalfi (vedi Mondo Sommerso, maggio e luglio 1968), è subito apparso interessante l'opportunità di visitare le grotte di Capo Caccia e di Punta Giglio, cioè, di Nereo e di Amfitrite. Come succede per ogni grotta sottomarina, quelle algheresi presentano caratteristiche altamente peculiari. Pur essendo molto vaste, esse sono assai ricche dal punto di vista faunistico e questo è dovuto principalmente ad un fattore. In entrambi i complessi cavernicoli si riscontra un plancton estremamente abbondante, composto soprattutto da Crostacei, e in particolare da almeno due specie di Misidacei, una delle quali è provvista di organi luminosi.

A nostro avviso queste forme sono endemiche, cioè fanno parte dei popolamenti abituali di queste grotte ed essendovi diffuse praticamente dappertutto, costituiscono una costante fonte di nutrimento per un gran numero di altre specie. Questo, unitamente alla scarsità di luce e alla temperatura più bassa all'interno che all'esterno, spiega la presenza di cosi rigogliosi popolamenti a Corallium rubrum estesi in tutta l'ampiezza dei complessi. Qui il corallo cresce a profondità veramente inusitate: abbiamo constatato che la colonia più prossima alla superficie si trova a soli sei metri di profondità.

Per quanto riguarda le altre forme dominanti, cioè con maggiori indici di ricoprimento delle pareti, dobbiamo citare in primo luogo la Leptosamnia pruvoti (Madreporario) sostituita nel complesso di Amfitrite, meno nelle parti più superficiali, da Cladocora cespitosa.

Tra gli altri interventi fanno spicco alcuni Crostacei Decapodi, in particolare lo Stenopus spinosus, Inachus thoracicus, Lysmata seticaudata, Dromia vulgaris e Galathea strigosa, con esemplari relativamente numerosi. Sempre tra i crostacei dobbiamo segnalare la presenza di un isopode nuovo per la fauna italiana e che soltanto una volta è stato riscontrato net Mediterraneo. Si tratta della Janira maculosa, un piccolo animale lungo meno di un centimetro. (Un altro soddisfacente risultato di questa fase preliminare delle ricerche e il rinvenimento del Gobius ephippiatus che già avevamo trovato e fotografato nella grotta di Amalfi e che è stato oggetto della rubrica del Prof. Giorgio Bini sul numero di luglio di Mondo Sommerso. Si tratta della seconda segnalazione sicura di questo piccolo pesce in Italia, e il fatto di averlo trovato cosi ad occidente delle località finora note, ci dice che esso deve essere diffuso net Mediterraneo molto più di quanto non si pensasse fino a poco tempo fà.

Naturalmente questo è solo un elenco sommario delle specie che abbiamo trovato, ma serve, se non altro, a caratterizzare dal punto di vista biologico gli ambienti delle grotte algheresi. L'abbondante materiale che abbiamo raccolto e che è ancora oggetto di studio (fino ad ora abbiamo classificato soltanto una cinquantina di specie) ci fornirà sicuramente altri interessanti ritrovamenti e forse nuove importanti scoperte zoologiche.

Non resta che augurarsi che, come è in programma, te ricerche alte Grotte di Nereo e di Amfitrite possano proseguire in quel clima di stretta ed amichevole collaborazione che si è ormai instaurata tra noi biologi e Circoli subacquei.

Dott. EUGENIO FRESI

 

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