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Tratto da Nautica n° 302 di giugno 1987 I SANTUARI DEL MARE CAPO CACCIA Testo e foto di Stefano Navarrini |
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In un paesaggio capace di evocare al primo sguardo tutta la forza e la possenza del mare, dominato da rocce altissime e battuto quasi incessantemente dal maestrale, sorge Capo Caccia. Bisogna pazientare fino a che la natura bonaria non concede una tregua per scoprire questo incantevole angolo di Sardegna dove, sia che ci si trovi a terra o sotto la superficie del mare, si può ancora vivere l'emozione di un incontro con forme di vita ormai uniche.
E' un gioco antico e violento. La terra erge contro le onde imponenti barriere di roccia, ruvide e scoscese pareti di calcare, e il mare vi si accanisce contro smussando e cesellando la pietra fino a trovare antichi passaggi, e a penetrare nelle viscere della montagna.
A Capo Caccia, ai piedi delle verticali rocciose più alte d'Italia, il mare è spesso gonfio di maestrale. Ma nelle rare bonacce, quando la fauna dell'onda si smorza in un respiro lento e possente, questo incantevole angolo di Sardegna si lascia scoprire. Attraverso la cristallina limpidezza dell'acqua si incontra allora un'impensabile oasi di vita, quasi il Mediterraneo avesse conservato su questi fondali l'immagine della sua antica bellezza.
La grande baia di Porto Conte, rifugio di antichi marinai, è ad esempio un immenso tappeto di posidonie (circa 600ha): una pianta fanerogama e non un'alga come normalmente si crede, molto sensibile all'inquinamento e quindi in serio pericolo. Un habitat ricco di vita più di quanto si possa pensare, perché fra le chiome fluttuanti delle posidonie, affinando l'occhio, si scopre una vasta rappresentanza di specie marine.
Quando la profondità aumenta, sotto le scogliere di Capo Caccia, il fondale si ricopre invece delle meraviglie del coralligeno Mediterraneo: gorgonie gialle come le Eunicelle, dense fioriture di Parazoanthus, le vistose corolle dei Leptosammia pruvoti, e più in profondità, verso i 40-45 m., il rosso cardinale di altre gorgonie, quelle Paramuricea chamalaeon ricercatissime dai fotosub. Le gemme più preziose si nascondono però nel buio delle grotte, anche a bassa profondità, dove le particolarissime condizioni biologiche favoriscono ad esempio la crescita del corallo rosso, o quella di enormi Cerianthus, mentre elegantissimi gamberi come i Parapandalus o gli Stenopus offrono spunti di macrofotografia per l'obiettivo.
Ciò che più colpisce, oltre alla bellezza del substrato è però l'abbondanza e la varietà di pesce e di crostacei che popola queste acque. Comunissimo l'incontro con grandi branchi di salpe, sospesi a mezz'acqua e accesi di riflessi dorati, o quasi confusi in maggioranza sulle alghe brune del fondo. Altrettanto frequente l'incontro con saraghi e cefali, più raro ma emozionante quello con grandi orate sufficientemente ingenue da farsi avvicinare dall'obiettivo. Non manca la cernia, spesso di mole ma profonda e sospettosa, mentre dal grande blu del largo c'è sempre da aspettarsi l'arrivo delle ricciole: pochi altri posti come Capo Caccia stuzzicano infatti Ia curiosità dei grandi branchi di migrazione. Dai migratori al sedentari, soggetti statici ma non per questo meno affascinanti, non mancano le aragoste: spesso affacciate in pettata ad esplorare con le lunghe e sensibili antenne l'ambiente circostante.
Al di sopra della superficie, dense colonie di uccelli marini si dividono fra le scogliere dei promontorio e le isolette che fronteggiano la costa, la più grande delle quali chiamata appunto "Foradada", è attraversata da un tunnel naturale. Le pareti di Capo Caccia portano anche il segno di antichi sconvolgimenti geologici. nel Pleistocene (circa 2 milioni di anni fa per intenderci) nella zona si sviluppò infatti un complesso sistema idrico, con fiumi che per arrivare al mare dovettero scavarsi la strada nella roccia creando un dedalo di cavità. Le variazioni geomorfologiche dovute al succedersi de!!e glaciazioni, portarono poi queste cavità ad alternare fasi di emersione con relativa formazione di spettacolari complessi stalattitici e stalagmitici, ad altre di totale immersione in cui le grotte divennero habitat di numerose specie marine. La testimonianza attuale di questo fenomeno carsico può essere vissuta sia sopra che sott'acqua. In superficie le situazioni più spettacolari si hanno nella Grotta di Nettuno, raggiungibile via mare condizioni meteo permettendo, o via terra scendendo una vertiginosa rampa di 656 gradini denominata non a caso "escala del cabirol". La grotta, parzialmente aperta a! pubblico con un percorso di alcune centi naia di metri che comprende un piccolo lago sotterraneo, è per Ia restante parte accessibile solo agli speleologi. Ed è in questa zona che si sono notati fenomeni di difficile interpretazione come quello di sottili stalattiti che in aperta sfida alle leggi di gravità crescono con andamento contorto ed orizzontale.
La più spettacolare delle numerose cavità sommerse è invece la Grotta di Nereo, il cui ingresso principale si apre proprio sotto il faro di Capo Caccia a soli 13 m di profondità All'interno la cavità prosegue con un labirinto di diramazioni, una delle quali porta ad un secondo ingresso, sul versante opposto di Punta dell'Asino, a -35 m di profondità. Lo sviluppo totale della grotta, Stimato sui 300 m, è molto complesso e non può essere affrontato senza un'adeguata preparazione e soprattutto senza la guida di un esperto del luogo. Fra l'altro due sifoni si aprono nel cuore della cavità, risalendo verso la superficie, portano ad ambienti aerei privi di ulteriori uscite. Ad aggiungere un particolare fascino alla Grotta di Nereo c'è poi la storia della sua scoperta, legata al ritrovamento casuale di un ricchissimo quanto impensabile banco di corallo avvenuta agli inizi della grande corsa all'oro rosso. Il banco cresceva a soli 18 m di profondità, ad una settantina di metri dall'ingresso principale, ed era formato da corallo di dimensioni consistenti, con alcuni rami che superavano il mezzo chilo di peso. Era la prima avventurosa "spedizione"professionale professionale per tre subacquei divenuti poi famosi: Claudio Ripa, Ennio Falco, e Leonardo Fusco. Mentre altri subacquei romani con in testa Mario Musu e Piero Solaini completarono successivamente l'esplorazione, aiutati da sub algheresi come Gegge e Gianfranco Russino che tracciarono Ia prima mappa della grotta sommersa.
Per milioni di anni il mare e il massiccio roccioso di Capo Caccia hanno vissuto in totale solitudine, lasciando a!la natura il compito di creare o di distruggere secondo le leggi della selezione naturale, Oggi, nonostante la morfologia impervia ed ostile della zona, la traccia negativa, e purtroppo indelebile, della presenza umana si è già fatta visibile. L'ultimo daino, di una specie endemica e particolare, fu abbattuto da un cacciatore alla fine degli anni '60, ormai scomparsa la foca monaca che nelle profonde grotte del capo trovava un habitat ideale, mentre sopravvivono a stento (e soprattutto grazie ai carnai alimentati dalla Lipu di Alghero) gli ultimi esemplari di grifone, che con i suoi 3 m di apertura alare è il più grande rapace del nostri cieli. Dichiarato in parte "Oasi permanente di protezione faunistica" il promontorio di Capo Caccia conserva oggi ciò che resta di un habitat un tempo assai più ricco e vario. Il suo futuro è però affidato all'uomo, sia a quello che sente la natura come necessario proscenio della propria esistenza, che a quello che sembra non capire come l'invadenza e l'arroganza con cui spinge l'ambiente ad un insanabile degrado saranno la sua stessa condanna. Ai pesci e ai grifoni di Capo Caccia i migliori auguri.
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